La seconda settimana di corso: le lezioni di Pandakovic e Farina

di Paola Pavoni e Francesca Calamita

E’ ripreso, dopo la pausa natalizia, il Corso di Formazione che si svolge con cadenza settimanale a Fivizzano (MS). Il primo fine settimana del nuovo anno ha visto la partecipazione di due professori di fama internazionale di provenienza geografica e formazione professionale molto diverse, ma il cui lavoro presenta molti punti in comune, il Prof. Darko Pandakovic, che nel corso della sua carriera ha approfondito particolarmente gli aspetti storico-culturali e percettivi del paesaggio, e il Prof. Almo Farina, di formazione naturalistica, esperto degli aspetti scientifici ed ecologici del paesaggio.

Nella presentazione alle due lezioni magistrali il Prof. Falqui (Coordinatore scientifico del Corso) ha illustrato i punti cardine delle ricerche dei due docenti per porre l’attenzione su come, pur partendo da posizioni molto lontane, sia individuabile un punto di incontro: entrambi infatti hanno affrontato la complessità del paesaggio, la cui comprensione si basa sull’individuazione di regole strutturanti e del sistema di relazioni che il paesaggio è in grado di creare.
Il professore ha definito inoltre il concetto di “iconema” inteso come un mosaico paesaggistico, un insieme di elementi costitutivi di un territorio, capace di esprimere l’identità di un luogo percepita immediatamente (ad esempio le cime delle Alpi Apuane), risultando pertanto un sapere collettivo.
Successivamente ha introdotto un altro concetto importante per la comprensione della complessità del paesaggio e delle regole che stanno alla base del suo funzionamento, quello di “ecofield”, che più tardi il prof. Farina definirà come “una configurazione spaziale portatrice di significato associata ad una funzione riconosciuta per avere accesso ad una specifica risorsa” (Farina-Belgrano 2000).
Nella lezione del venerdì pomeriggio, il Prof. Pandakovic ha descritto il paesaggio come una ricchezza economica da trasmettere alle generazioni future, oltre che come documento storico e testimonianza culturale al pari di ogni altra manifestazione umana quale l’arte o la letteratura.
Sin dall’inizio della sua lezione il relatore incuriosisce la platea con il “giallo del trauma” come lui stesso lo definisce, affermando che la conoscenza e la cultura del paesaggio non sono insite nella realtà italiana, ma al contrario vi sia nei confronti del paesaggio un vero e proprio trauma, una sorta di rifiuto che fa sì che la maggior parte delle persone sia incapace di vederlo, di comprenderlo.
La prima della parte del pomeriggio è dedicata a dimostrare come il paesaggio sia in realtà l’integrazione di diversi livelli culturali che Yves Bonnefoy definiva “retroterra culturale”, intendendolo come il sistema di dati minori, di tessuto quotidiano, di modi di vita ancora presenti, l’insieme dei segni che appare come un tutt’uno. Per questo occuparsi di paesaggio in Italia è un compito più difficile che in altre parti del mondo, perché bisogna sapere molto di più, bisogna capire molto di più, bisogna saper vedere cosa c’è dietro a quel paesaggio!
Con una affascinante descrizione delle mostre organizzate in diverse occasioni e località da Antonio Paolucci (importante direttore museale fiorentino) vuole rimarcare come per gestire il patrimonio culturale in maniera integrata ci vuole conoscenza, sottolineando che anche attraverso mostre d’arte o eventi letterari si possa far cultura del paesaggio, e che, soprattutto in Italia (che per l’Unesco detiene il maggior patrimonio culturale del mondo), sia in realtà possibile leggere e comprendere tutti i paesaggi attraverso l’arte, la letteratura, la poesia e il cinema. Il professore suggerisce pertanto che sarebbe necessaria la figura di un mediatore, cioè di una persona capace di far comprendere il paesaggio a chi lo guarda, sia egli un abitante, un turista, un visitatore o uno studioso, aumentando così il livello di conoscenza e di cultura.
Proprio da qui riprende la discussione nella seconda parte della giornata, dalla necessità di riappropriarci delle conoscenze storiche che abbiamo perduto in seguito al preannunciato “trauma”: questo si è originato in seguito al cambiamento epocale e all’ammodernamento seguiti al lento ma continuo abbandono delle campagne da parte di intere popolazioni che si trasferivano in città. A ciò è seguito un rifiuto sociale e culturale della civiltà legata al mondo contadino e in particolare della vita legata alla mezzadria, contratto feudale che in Italia è rimasto presente fino al 1982, e che ha permesso l’origine e il mantenimento di quel paesaggio che fa riconoscere l’Italia nel Mondo come il “Bel Paese”, ma il cui ricordo rimandava immediatamente alla dura vita dei contadini sfruttati e privi di qualsiasi opportunità alternativa. Da qui si origina il trauma legato alla vergogna per quel passato, in realtà, quello originato dalla cultura promiscua tipica della mezzadria, può essere considerato un “paesaggio democratico” perché si fonda su una struttura sociale fatta di piccoli proprietari.
L’intervento del professor Padakovic si è quindi chiuso con l’illustrazione di un progetto fatto nei Comuni di Pievepelago, Riolunato e Fiumalbo i cui confini territoriali si incrociano sull’antica Chiesa di San Michele. Un progetto di paesaggio che spazia dalla grande alla piccola scala tentando di cogliere le occasioni presenti sul luogo, che propone un itinerario culturale nuovo, che tenta di insegnare al visitatore a riappropriarsi delle proprie capacità percettive. Il ruolo del paesaggista infatti, secondo Pandakovic, è essenzialmente quello di lavorare per e con le popolazioni locali perché possano recuperare i rapporti con il loro luoghi, ritrovandone con orgoglio la dignità.
Il giorno successivo si è tenuta la lezione del Prof. Farina che ha illustrato la sua “Teoria delle risorse”, basata su un approccio molto scientifico al tema del paesaggio. La premessa culturale necessaria è la definizione di Ecologia intesa come una grande filosofia di base che abbraccia tutte le discipline e si applica ogni volta che si collega una cosa ad un’altra, poiché è una “scienza di contesto” basata sulle relazioni. Di Ecologia si può parlare a livello di ecosistemi, di popolazioni, di comunità o di individui, ma nella relazione presentata il professore ha focalizzato l’attenzione sull’individuo e sulle sue relazioni con l’ambiente in cui è inserito, facendo emergere come ogni organismo abbia una sua percezione soggettiva basata su un rapporto spazio-tempo-cultura capace di definire un paesaggio “privato”. Questa complessità pertanto non può essere spiegata, ma solo interpretata attraverso l’individuazione di spazi organizzati, energia strutturata, informazioni e significati, che sono gli elementi fondativi della realtà che stiamo studiando.
Il ruolo della “Teoria generale delle risorse” è proprio quello di connettere le componenti fisiche, informative ed energetiche dell’approccio ecosistemico con i processi di significazione, considerando gli attributi spaziali e le dinamiche ecologiche adottando l’ipotesi dell’ecofield. Quindi le risorse sono da considerarsi oggetti reali inseriti in un contesto dotati di forma, di sostanza, di informazioni e di significato, possono essere sia materiali che immateriali e sono indispensabili per mantenere la vita sulla Terra.
Entrando nello specifico della Teoria il relatore ha descritto i 20 assiomi che la compongono, evidenziando come il termine “risorsa” sia riferibile al concetto di “ri-sorgere” e quindi alla loro intrinseca capacità di riprodursi e ritornare anche dopo il loro utilizzo. Uno dei punti fondamentali trattati nell’esposizione è il rapporto tra la risorsa e la sua interfaccia semiotica, ovvero la sua identificazione e riconoscibilità; il professore, infatti, sostiene che solo dopo aver individuato una risorsa è possibile utilizzarla e che, al contrario, quando una risorsa non è più riconosciuta viene perduta. Ecco quindi che torna anche nella relazione del Prof. Farina la necessità di rieducare la nostra società che, insieme alle sue conoscenze storiche, ha perso la capacità di riconoscere le risorse del proprio territorio. Per questo è fondamentale il ruolo degli educatori che devono divulgare una cultura del territorio capace di far riconoscere, comprendere e valutare le sue risorse, poiché non è possibile imporle, per far quindi nascere una nuova idea di paesaggio e di territorio.
A conclusione della giornata il Prof. Falqui ha sottolineato come entrambi i relatori abbiano sentito la necessità di individuare dei codici interpretativi, arrivando a convergere in un sistema di regole strutturanti il paesaggio, utili strumenti di interpretazione e criteri di pianificazione e progettazione del territorio e delle sue risorse. Il professore ha messo infine in evidenza come negli anni passati siano state tenute separate e distinte le varie discipline che si occupano del paesaggio, creando delle visioni parziali del territorio e quanto invece sia importante e auspicabile che l’epoca futura sia capace di affrontare tali complessità in modo transdisciplinare e transculturale.
Nelle prossime lezioni saranno approfonditi anche gli aspetti normativi legati alla tutela e alla pianificazione del paesaggio con gli interventi di due docenti dell’Ateneo fiorentino, quello di Gabriele Paolinelli “Il nuovo concetto di paesaggio nella Convenzione Europea e nel Codice Italiano” e quello di Gianfranco Cartei “La tutela del paesaggio: dalla Costituzione alla disciplina di attuazione” nella giornata di venerdì, mentre nella giornata di sabato sarà presentato un approfondimento culturale sulle “Abbazie, monasteri, pievi e castelli: beni storici ed itinerari culturali nel sistema dei Parchi” dalla professoressa Angela Magionami di Ascoli Piceno.

Posted in Corso di Fivizzano by / gennaio 20th, 2010 / No Comments »

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